Passio e il calvario del Novecento

New York - Il proiettore si accende sotto il crocefisso. Il fascio luminoso di “Passio”, il film evento di Paolo Cherchi Usai presentato al Tribeca film festival di New York, attraversa tutta la navata della cattedrale di Saint John The Divine. Il coro della Trinity Church intona “La passione di Cristo secondo San Giovanni” di Arvo Part.
L’immagine che appare sullo schermo è quella di un cadavere di un uomo con le braccia aperte e le gambe divaricate. La pelle, a brandelli, è arsa dal sole. Una crocifissione dei nostri tempi. Si apre così il lavoro di Cherchi Usai, quello che si può definire senza paura come un’opera unica. Non tanto per la sua straordinarietà, quanto per la sua concezione. Il lungometraggio, che ha richiesto sei anni di lavorazione, è stato concepito per essere proiettato esclusivamente con musica dal vivo. Ne sono state stampate sette copie, ognuna delle quali colorata a mano con una tonalità dominante differente (vermiglio, oro, minio, rubino, violetto, indaco e magenta). Il negativo del film è stato distrutto dal regista. L’opera, che raccoglie immagini degli anni Dieci, Venti e Trenta provenienti dagli archivi di tutto il mondo, rappresenta la trasposizione su grande schermo della tesi illustrata da Cherchi Usai nel suo libro “L’ultimo spettatore”, in cui l’artista italiano, che ora vive in Australia, sostiene come molto presto il cinema scomparirà e di esso non resterà alcuna traccia.

Il film, la cui madrina è Isabella Rossellini, assembla immagini di medici che incidono la carne dei loro pazienti, mostra persone affette da crisi di isterismo o epilessia, fa largo uso di corpi nudi e in molte scene si assiste alla distruzione di negativi o al loro taglio. La tecnologia che distrugge il cinema. Il cinema che distrugge se stesso. L’incontro fra la partitura del grande musicista estone e le idee di Cherchi Usai ha dato vita a un film estremamente violento, che però non ricerca la spettacolarità dell’immagine a tutti i costi. Le numerose interruzioni danno il tempo di pensare a quello che si è appena visto e permettono apprezzare la musica.
Ciononostante, durante la prima proiezione al Tribeca film festival, la manifestazione cinematografica nata nel 2002 da un’idea di Roberto de Niro e Jane Rosenthal per sostenere l’economia del quartiere omonimo dopo l’11 settembre, uno spettatore si è sentito male. La notizia si è sparsa rapidamente, suscitando un morboso interesse attorno al film. “Per la scelta delle immagini – ha spiegato il regista - mi sono lasciato guidare dalla musica, dalle impressioni che mi dava. Qualche volta ci ho messo davvero molto tempo a decidere quale sequenza si adattasse meglio a una data frase del libretto”.

Resta il dubbio che un’opera come quella di Cherchi Usai, che richiede un impianto acustico d’eccezione, possa essere riproposta in una chiesa italiana, luogo in cui si celebra la passione di Cristo ogni domenica. “Mi piacerebbe – ha confessato Cherchi Usai - che il mio film venisse proiettato in una chiesa italiana. E’rispettoso del testo sacro e della musica, non vedo perché non potrebbe accadere. Il pastore della chiesa episcopale ha visionato la pellicola e non ha trovato nulla da eccepire”.

Un’immagine dopo l’altra il film costruisce la passione del Novecento. Un secolo segnato dalle scoperte scientifiche e dalla crudeltà con cui spesso sono state applicate. La pellicola termina con la sequenza di un parto cesareo montata al contrario: il bambino, invece che nascere, viene reinserito all’interno del ventre materno. Non si avrà nessuna resurrezione. “La sequenza finale e la distruzione del negativo – ha argomentato il regista - hanno la stessa motivazione”.
Viene spontaneo paragonare il film di Cherchi Usai con l’opera di Godfrey Reggio o con “La storia del cinema” di Godard. Ma è il lungo omaggio a Bunuel, anticlericale e surrealista, a meravigliare.



La famosa scena del taglio dell’occhio tratta da “Un cane andaluso”

La riproposizione dell’operazione all’occhio, infatti, non può che rimandare a “Un cane andaluso”. Con la differenza che il cortometraggio del regista spagnolo fu accolto dalla reazione rabbiosa degli spettatori, mentre quello di Cherchi Usai ha raccolto unicamente un grande applauso, forse liberatorio.

Luca Bolognini

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